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Quattro pensieri (del sindaco di Berlino)

Il pensiero di Padre come eredità è il pensiero del nostro diritto alla soddisfazione e alla ricchezza.

Si tratta di pensieri.

Il primo pensiero è il pensiero di Io-figlio. Significa: ho diritto a qualche cosa, ad una eredità, all’amore di mia madre, all’amore di mio padre, ai calci dei miei fratelli… ho diritto insomma. Ho un pensiero di diritto. Solo se io mi penso come figlio posso accedere ad un pensiero di diritto e di amore. Da qui mi si apre la strada della possibilità di essere amato in quanto sono io che do all’altro l’invito ad amarmi. Se non lo faccio io l’altro ha anche diritto a restarsene fermo, e non guardarmi nel becco. Il figlio insomma è nella posizione di colui che riceve. E per il momento sull’Io-figlio tanto basta.
br> Il secondo pensiero è il pensiero di Padre. Tale pensiero è formidabile e nello stesso tempo (io a volte lo definisco così) magico. Io penso in pratica che il mio piacere, la mia soddisfazione, piace a qualcuno, sono soddisfatto in quanto qualcuno è soddisfatto che io lo sia. Il mio piacere non porta danno a nessuno, anzi (superamento della patologia).

Il fatto che io figlio abbia un piacere, una soddisfazione, un gusto entra nella logica fiduciaria che qualcuno (il Padre) sia lì a guardarmi mentre io provo piacere. Garantisco che c’è un sacco di gente che ha un sacco di problemi a farse vedere mentre sta provando piacere. Il Padre invece è contento quando io sono contento. Il figliol prodigo torna e si merita il vitello grasso nel momento in cui ha un pensiero di Padre (che lo perdona) ed egli si sente addosso il diritto che il Padre rinunci a parte della sua ricchezza per fargli festa. Prima lui era uno scavezzacollo, un debosciato, un perditempo. A nobilitarlo è stato il pensiero che il Padre lo avrebbe perdonato, avvero che avrebbe provato con lui piacere. Il piacere del ritorno spartito tra padre e figlio.

Il terzo pensiero, che io non a caso ho messo sotto al quadro, quasi a sostegno del tutto, la trave portante è il pensiero di relazione. Sappiamo tutti che io vivo bene se ho una sana relazione con gli altri, altrimenti la malattia è garantita. Tuttavia in queste serate io vorrei, lo abbiamo capito, allontanare un po’ il discorso dalla importanza della relazione con l’altro alla importanza della… relazione con se stessi. Che non esiste. Noi non possiamo avere relazione con noi stessi, ma possiamo avere la buona idea di stare bene finchè siamo soli. La solitudine come fonte della soddisfazione che l’uomo ha nel pensarsi nella sua unicità e nella sua originalità. Preciso che anche nella solitudine il pensiero di Padre, Il pensiero di Io- figlio e il pensiero di Dio, non vengono meno, anzi, forse sono rafforzati, esperiti con maggiore calore e intensità. Gesù infatti dice: “Vi lascio soli, ma non orfani”. Ovvero l’altro c’è sempre, anche se noi siamo lì allo specchio che guardiamo le nostre rughe! Noi, soli, a tu per tu. Con la domanda: che cosa vogliamo? Soli quando ci accorgiamo che le persone che abbiamo attorno noi le possiamo penetrare soli in parte nel loro corpo e nella loro anima. Quando ci accorgiamo che le nostre parole entrano fino ad un certo punto nel capirci dell’altro, ecco, allora siamo soli. Soli non è essere abbandonati, non è essere orfani. Noi, anche lontani dalla relazione con l’altro, riusciamo ad avere quella forza, quella vitalità che dopo ci permette di rilanciarsi verso l’altro, di darci più nuovi, più ricchi, dopo il lavoro di esserci guardati dentro.

Quarto elemento, quarto pensiero. Dio. Dio è l’altro, Dio è colui che permette che tutto ciò si realizzi in questo tempo ma anche in un altro tempo. Dio è un mio pensiero di garanzia. Dio è un garante alla mia soddisfazione e alla mia salvezza, e anche al mio piacere, oltre questo tempo, nel tempo dell’aldilà . L’altro giorno nel seminario di Milano veniva fuori questo discorso che io non approvo tanto. Affermava Giacomo Contri che sono stati spesi fiumi di inchiostro per dimostrare come Dio sia il principale Altro, sia la alterità. Lui non era d’accordo e sosteneva che Dio invece è il massimo della soggettività, cioè è un soggetto che vive la condizione della soddisfazione. Ecco, io non condivido il pensiero di un Dio che pensa in qualche modo alla sua soddisfazione, che fa da soggetto al proprio piacere. Io vedrei piuttosto un Dio Padre che fa da garante alla soddisfazione dei propri figli. Mi sembrerebbe un po’ nietzschiano e un po’ aristotelico un Dio che vive principalmente la condizione del proprio piacere, ma non addentriamoci in questi discorsi in quanto la teologia ha più trabocchetti del castello del Conte Vlad! Io vedrei Dio nella condizione dell’altro da noi in quanto limite, ancora una volta contenitore, incentivatore. Ancora una volta Dio come garante di un principio e di una fine. Dio e la morte sono i nostri massimi altri e sono in quanto tali i nostri massimi garanti di soddisfazione.

Bene. Sono contento perché… ho completato il quadro. Spero non sia troppo impressionista! Spero che ci si capisca qualcosa. Mi è servito questo lavoro per mettere giù le basi per tessere i nostri discorsi. Discorsi tuttavia che non ritengo possano essere abbastanza chiari se non chiarisco il perché ho messo davanti a tutti i … personaggi della cornice la parola pensiero. Vorrei allora dire che cosa intendo per pensiero. Il pensiero è il dato fondante il nostro lavoro. Il pensiero è una creazione mia. Il pensiero è l’atto pratico della mia psicologia che, come abbiamo visto, significa pensare con la propria testa (e dunque ha a che fare con la Scuola di Psicologia). Il mio pensiero è la mia arte. Solo io posso dire che sono figlio che ha diritto al piacere; solo io posso dire che voglio la relazione con l’altro; solo io posso relazionarmi con Dio; solo io posso pensare ad un Padre che mi sorregge nella attività più importante della mia vita che è quella di provare piacere. Allora il pensiero è la condizione della nostra forza e della nostra originalità, della nostra individualità. Il pensiero è prodotto della psicologia del soggetto in quanto… arte di arrangiarsi. Il pensiero non ce lo regala nessuno, non è in vendita nei supermercati. Il nostro pensiero è la nostra autoalimentazione. Punto primo.

Punto secondo. Stiamo bene attenti di che pensiero stiamo parlando. Qui non stiamo parlando del ragionamento, non stiamo parlando dell’” ah, ho capito che le cose funzionano così”. Io intendo questo pensiero in questi termini. Il pensiero è il timbro che mettiamo alla fine di un documento. Il pensiero non è pensiero se non ha un valore decisionale. Come dire amen, così sia. I pensieri secondo me sono validi se dicono amen, così sia, danno il via a qualche cosa d’altro, danno via agli atti, aprono la strada a quello che viene dopo. Il pensiero è sempre una novità. Il pensiero funziona se io posso metterci un punto, un timbro finale, come quello delle poste, una autorizzazione. Allora il pensiero diventa produttivo. Ma perché? Perché solo io ho saputo compiere il lavoro di autorizzazione al mio pensiero, solo io ho potuto renderlo valido, solo io lo ho… praticizzato, io con il mio essere solo, io con la mia solitudine, io con la mia testa e con il mio cuore.

La tela del nostro quadro, tuttavia, il limite, la salvezza nostra, la salvezza alla nostra contraddizione (che è anche positiva però), da che cosa è tenuta assieme? Da che cosa sono tenute assieme le parti della tela alle parti della cornice? Dalle umilissime graffette. Eccolo lì il pensiero. Il pensiero sono le graffette che tengono unita la cornice attorno alla nostra contraddizione interna. Il pensiero tiene unite le mie posizioni contraddittorie, nel loro essere bene e nel loro essere male. Mi accorgo adesso, dicendo queste cose che sto tentando di definire l’Io, chi siamo noi. Ecco, per me è importante capire questa sera che il pensiero è dire: “è così, metto la parola fine, ci do un taglio” e consento l’avvenire di quello che deve avvenire. Leggendo i quotidiani, che spesso sono la fonte ahimè sempre più povera, della mia ispirazione… ho trovato un paio di esempi del pensiero come lo intendo io.

Da poco a Berlino è stato eletto come sindaco Klaus Wowereit. Generoso esponente della SPD, Wowereit è omosessuale e ha trovato un notevole ausilio per la sua elezione nella influente comunità omosessuale di Berlino. Schroder non era affatto convinto ma lui ha vinto lo stesso. Le malelingue hanno affermato che lui ha dichiarato pubblicamente la sua omosessualità per anticipare la stampa che senz’altro di lì a poco lo avrebbe attaccato. Sta di fatto che Wowereit viene fuori con questa frase che, a mio modo di vedere, è la forza del pensiero di cui stiamo parlando. Il pensiero come… darci un taglio e andare avanti. Lui dice: “ Ich bin schwul und das ist auch gut so”. Ovvero, “Sono omosessuale ed è anche bene che sia così”. Sono omosessuale (e non ce ne può fregare di meno) e va bene che sia così. Questo a noi interessa: va bene così. Quando noi riusciamo a dire… e va bene così, siamo apposto, significa che ha funzionato tutto il meccanismo, tutta l’architettura che abbiamo disegnato alla lavagna, significa che il quadro è bello in quanto funzionante. Non tirate fuori storie, va bene così, auch, anche così.

Il secondo estratto da quotidiani è molto meno importante dal punto di vista politico-sociologico ma è molto più importante dal punto di vista… calcistico. Dunque è più importante e basta. Il Chievo è primo in classifica e nasconde (velatamente) le sua speranze di vincere lo scudetto. Al Bentegodi, che è lo stadio di Verona, l’altra domenica stava esposto sugli spalti uno striscione che riportava la scritta : “No ghe penso…però me godo”. Secondo me in questo striscione da stadio è racchiusa la verità che stiamo cercando (si fa per dire, parlando di verità). La frase funziona in quanto è una frase double face, è ribaltabile…”me godo (perché) no ghe penso”. Eccolo qui il pensiero. Il pensiero è… non pensarci. Il pensiero è dire: adesso sono così, dico così, penso così; domani potrà essere diverso, ma oggi è così, ora è così e… amen. Questo è il pensiero. Chi tiene aperte troppe porte o chi si fa troppe domande, lo sappiamo, si ammala. Il pensiero è: “Tanto allegra giovinezza che sen fugge tuttavia/ Chi vuol esser lieto sia/ del doman non v’è certezza”. Il pensiero è in questa stanza del Magnifico. Cogli l’attimo. Fare un qualche cosa e metterci una pietra sopra. I famosi sensi di colpa che… fanno sempre senso vengono nel momento in cui non si riesce a chiudere la porta, a metterci una fine alla frase, a non saper cogliere l’attimo.

Ed è giunto il momento di tornare a Paolo, sulla frase citata ma che abbiamo lasciato in sospeso. Ripeto la frase: “Non faccio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio, questo faccio”. Ho scelto il commento alla Lettera ai Romani, da cui è tratta la frase, di Karl Bart, teologo protestante, che quando è uscita nel 1919 e ha suscitato non poche polemiche. Si chiede Bart: “Forse una sola delle mie parole è la parola che cerco?”. Di sicuro no. Noi andiamo per approssimazione. Di una parola che abbiamo scelto forse ne abbiamo scartate magari cento che avrebbero potuto dire meglio chi noi siamo. Non sappiamo. Continua Bart: “La parola che avrei dovuto dire dal fondo della mia disdetta o della mia speranza? Posso parlare in modo tale che la mia parola non debba essere negata da quella successiva? “. Ecco, qui capiamo meglio la questione della contraddizione. Io, come tutti voi, spero, a volte dico dei concetti che poi smentisco, che poi rinnego, che poi non vedo più come li vedevo prima. “O le mie azioni sarebbero in una posizione migliore? La mia infedeltà sulle grandi cose dovrebbe compensare la mia fedeltà sulle piccole cose? Accade mai che un pensatore, un artista, un uomo politico trovi in quello che ha fatto, ritrovi veramente se stesso?” Noi troviamo noi stessi nelle cose che facciamo? E ancora di più noi ritroviamo noi stessi nella nostra storia passata? Nelle scelte che abbiamo fatto? Siamo noi quelli là…?

Guido Savio