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Padre e minestra (sul piacere di Artemisia)

Tra due che si amano c’è sempre un “aldilà”. Il padre e la figlia si amano tramite la minestra.

Scenetta tanto reale quanto immaginaria all’interno di una normale quanto immaginaria famiglia.

La sera, terminata la giornata di lavoro. Pace, tranquillità, stare bene insomma di tutti i componenti della famiglia. Toh, ora del Telegiornale. Il padre stravaccato (giustamente come nel riposo del giusto) in poltrona sta leggendo la Gazzetta. La bambina, la figlia treenne è davanti al piatto di minestra. Certo, si mangia assieme in questa famiglia, ma il papà… e lo si perdoni, ha l’articolo da terminare. La bambina, nella piena competenza della sua “treennità” ha due facoltà: la prima di saper mangiare da sola, la seconda di saper parlare. Avendo questa competenza, che non è poco, la bambina, con il piatto di minestra ancora vergine davanti, facendoci serenamente nuotare il cucchiaio dentro, viene fuori con questa frase: “Papà, aiutami a mangiare”. E anticipo qui che uso questo esempio per… andare a parare verso l’aldilà.

La frase è divisa in:

1) “Papà”, ovvero una vocazione, un riconoscimento della figura e della funzione paterna

2) “Aiuta”, ovvero un verbo che è un grande e sano verso in quanto chi lo pronuncia sa che non può bastare a se stesso, dunque chiama in causa giustamente l’altro riconoscendo la propria mancanza. E’ questo il verbo della domanda che noi abbiamo visto essere precondizione di ogni forma di salute (essendo che chi non sa domandare resta ammalato).

3) “Mi”, ovvero il complemento oggetto che dirige il moto dell’altro. In quanto la bambina altro non fa che una professione di fede verso l’altro, ossia il padre, avendolo indentificato come altro che lo può portare alla soddisfazione. La parola, il verbo dell’aiuto è retto dal “mi”. Qui vieni a finire con il tuo corpo, caro papà, visto che io con il mio corpo ti chiamo. Ma teniamo altrettanto presente (per intendere il concetto di aldilà che stiamo perseguendo) che la bambina sa fare perfettamente da sola quello che al padre sta chiedendo.

4) Il “mangiare” è il piacere. Si mangia per piacere, non perché fa bene. Abbiamo visto il potere patologicizzante della frase pronunciata dal genitore “Mangia che ti fa bene” in quanto questa frase sposta la questione del piacere insita nel mangiare, lo asseconda al concetto di salute. Il vero senso del mangiare prima è il piacere e poi, semmai, è anche la salute. La altrettanto buona frase: “Parla come mangi” significa “Sìì naturale nelle tue cose (anche quelle dette) e prova piacere per esse”. Allo schizzinoso si dice “Parla come mangi” nel senso di invito a tornare alla sua naturalità, dunque a quello che veramente gli piace (e poi gli farà anche bene).

A questo punto noi abbiamo capito un qualche cosa. Abbiamo capito che a quella simpaticissima e furbetta bambina treenne avere il padre che gli guida il cucchiaio in bocca non gliene può fregare di meno, ma è interessato molto assai dell’avere il corpo del padre vicino al proprio nel senso dell’aiuto. Due corpi, ovvero il piacere. Alla bambina interessa trovare piacere da un oggetto (ed ecco qui il concetto di aldilà) costituito dalla minestrina, ma da una relazione, costituita dal corpo del papà. La bambina professa che non desidera la soddisfazione da, direbbe il mio maestro, una organicità legata al mangiare, ma da una relazionalità data dalla vicinanza dei due corpi.

La bambina sta chiedendo: “Papà, dammi piacere nello stare con me” scegliendo il tramite, il mezzo attraverso cui esprimere la domanda in una azione quale il mangiare. La bambina in pratica pratica il non detto. Dice quella roba lì intendendone un’altra. Questo è l’aldilà. La bambina dice minestra ma intende corpo. Un qualche cosa che sta aldilà della minestra. La bambina lì ha il suo lessico, le sue domande, sulla minestra, sulla fiaba, sul gioco, sul gelato, sul giocattolo… non potrebbe mai chiedere direttamente il corpo del padre. La bambina treenne non può dire al padre: “Papà dammi il piacere stando con il tuo corpo vicino al mio” (pur essendo questo il senso del suo desiderio). No. La bambina può dire: “Papà aiutami a mangiare”.

Lo abbiamo già visto, la bambina si rivolge al padre con un taciuto (non qualifica né quantifica la natura del proprio desiderio), che vuol dire che ha individuato il proprio piacere in un aldilà, in una esperienza che va oltre la minestra ma che ha a che fare con il proprio corpo in relazione con quello del padre, senza che di questa esperienza ella faccia domanda diretta.

Il discorso che vorrei fare , stringi stringi è questo: che la nostra soddisfazione, il nostro piacere, ha sempre a che fare con un aldilà. Che questo aldilà è dunque una spanna, un metro, dieci metri, un chilometro oltre la condizione esperienziale che stiamo vivendo e va sempre a fermarsi nel nostro sapere ridurre il nostro io all’altro, nella relazione. Anche tra due che stanno facendo l’amore c’è l’aldilà, appunto l’amore che li unisce nella relazione. Ma mi verrebbe da anticipare (e svilupperò questo in seguito) che l’aldilà è la relazione stessa tra i corpi.

E passo adesso alle dovute e meritevoli citazioni.

Moustafà Safouan è un grande psicoanalista della scuola lacaniana e scrive nel suo libro Essere e Piacere: “Socrate giungerà così a distinguere tra desiderio e piacere. Il desiderio non è una ricerca del piacere. Piaceri e dolori hanno sede nel corpo”. Per quanto ci riguarda la nostra bambina (mi verrebbe da chiamarla… Artemisia!) va direttamente alla ricerca del proprio piacere nel corpo del padre anche se… parla di minestra. Il mangiare è un pretesto, è un viottolo di passaggio per arrivare vicina al corpo del padre, ed essendo il mangiare un pretesto, il testo vero è il corpo del padre, ma che nella sua formulazione è un aldilà. Aldilà il piatto di minestra, aldilà del piacere orale della alimentazione, aldilà della serata tranquilla, aldilà della mamma che magari vede la dolcezza della scena (o soffre la gelosia!). I due corpi sono aldilà della contingenza in cui realmente sono. Altra citazione. Bataille che in molte occasioni abbiamo consultato. Dal libro La sovranità. Il sovrano è colui che ha sufficiente capacità di darsi una regola, un senso, uno spazio, una giurisdizione non necessariamente omologata a quella degli altri. Il soggetto sovrano è colui che ha un pensiero di ricchezza verso se stesso, colui che si ama, insomma. Sta al soggetto sovrano vivere la propria ricchezza in modo libero e… produttivo (e qui torna l’aldilà).

Scrive Bataille: “Il sovrano, o la vita sovrana comincia quando, assicurato il necessario (la nostra bambina la pappa ce l’ha e sa anche come mangiarla), egli sa andare aldilà dell’utile”. Certo, noi abbiamo, e giustamente, valutato e anche osannato il lavoro, il lavoro che dà la condizione dell’utile dentro alla quale noi viviamo. Ma qui forse è giunto il momento di fare un passo in avanti.

Continua Bataille: “L’aldilà della utilità è il campo della sovranità”. Che, tradotto in parole povere (ma mi assumo la responsabilità di questa traduzione) significa che noi siamo “sovrani” quando sappiamo consumare. Noi sappiamo andare verso l’aldilà, verso l’”oltre noi stessi” quando non ci sentiamo legati al fare, all’utile, al manipolare, ma ci poniamo aldilà di tutto ciò, ovvero nella capacità di consumare. Consumare, il pensiero di consumare, l’azione di consumare, per alcuni può essere pericolosa. E’ pericolosa quando uno aggrega al pensiero di consumazione il pensiero di povertà, ossia più consumo e più divento povero. Niente affatto. Più io consumo più io divento ricco, lo recitano tutte le leggi dell’economia liberale e capitalistica, nella quale bene o male noi viviamo.

Malato, patologico è non accettare la consumazione, la consumazione degli averi, la consumazione del tempo, la consumazione della vita. Chi non accetta questa consumazione è perché ha un pensiero di ammanco, ci perdo qualcosa, qualcuno (Dio, il destino, il tempo, etc.) mi fregano qualcosa.
sano è accettare la consumazione in quanto io so che più consumo produco, mi arricchisco. da solo riproduco le forze me sono uscite. chi ama brucia… e allora basta mangiare i pavesini. semplice. avere il pensiero dal mio consumere ne ricavo una ricchezza. pensiero. semplice sto accorgendo queste serate concetto frequentemente tiro fuori dalla tasca questo: col vinco. bingo!
La reintegrazione della ricchezza è la nostra modalità per capitalizzare. Se ben ricordo nella serata precedente si parlava, parlava Mario di come la soddisfazione reale sta nella percezione di essere potenti, cioè capaci di fare, di continuare a fare il proprio lavoro, oltre al conto in banca. La capacità e la competenza nessun Mibtel o Nasdac o Nikey (se così si dovesse scrivere) te lo porta via. La competenza e la professionalità. Il conto il banca è quello che… le tigne e i ladri…La mia competenza è inscalfibile, non si perde, la consumo io perché mi dia sempre nuovi e più soddisfacenti frutti. Allora la potenzialità. Quel qualche cosa che va aldilà.

Guido Savio

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