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Pensare il padre … annotazioni dalla vita.

Il pensiero di Padre non può che essere il pensiero di una pratica quotidiana che abbraccia la nostra storia passata come il nostro futuro.

Da diverso tempo rifletto (e alcuni articoli di questo sito mi sono stati di ulteriore spunto) sul nesso tra il pensiero di padre (pensare il padre) e la personale ricerca di soddisfazione e piacere nella vita. Piacere che, “si parva licet comparare magnis”, è assimilabile in definitiva a quella invocata corrispondenza della realtà ai desideri più elementari e al tempo stesso profondi dell’uomo (pace, verità, bellezza, giustizia etc.), in ultima istanza all’affrontare la vita con fede, cioè con forza di positività, quale ci è talora trasmessa da chi con più evidenza ha incontrato il senso dell’esistere e del morire (per la mia esperienza, si tratta di chi ha incontrato Cristo come disvelatore della verità dell’uomo).
Ecco, io credo ci sia una linea di continuità tra il saper provare piacere per (e dal)le piccole cose ed il saper vivere con fede, che si può anche dire con adesione/abbandono alla verità di sé. Una verità che viene sempre da un altro da sé e nella quale, perciò, ci si imbatte (non voglio qui indugiare sui connotati di questo “altro”, ma, anche se si usasse la A maiuscola, si tratterebbe sempre di un incontro con una realtà umana, corporea, che ne è tramite).
Pensando a mio padre, per esempio, il rapporto col quale, dopo la sua morte, si è paradossalmente intensificato nel mio io, mi vengono in mente situazioni e momenti, apparentemente quasi ordinari, in cui egli mi è stato fonte di incoraggiamento al vivere e garanzia al mio piacere, pur non avendo sicuramente l’intenzionalità di esserlo e con effetto diametralmente opposto a quando si ‘imponeva’, ritenendo di fare di più il padre (‘pater familias’). Per capirci … il quotidiano e il cappuccino al bar la domenica mattina, i commenti di sport intessuti con i suoi ricordi di gioventù (la scuola alpini sciatori, la nobile arte…), le passeggiate le sere d’estate per le vie del paese, i saluti garbati alla gente con i racconti, tra noi, delle loro storie, la signorilità di certi gesti (la gratitudine), il non venir mai meno ad un certo decoro, non tanto piccoloborghese, quanto di un’umiltà antica, la generosità dei piccoli doni, i “mitici” racconti del confine, persino certi silenzi nelle passeggiate o nelle sciate insieme … ecco, pare strano, ma questi sono i momenti di rapporto che mi davano e mi danno pace. Tra l’altro, devo riconoscere che mi succede di sentirmi oggi un po’ padre delle mie figlie proprio quando mi rapporto con loro maggiormente memore dell’essere (e del come sono stato) “figlio” (…” essere uomini è essere figli”).
Ma poi, riconosci come padri (almeno questo a me capita) tutti quelli che nella vita li incontri e ti danno un quid in più di coraggio, di passione per l’uomo. Così, tanto per citarne uno grosso che è anche padre di nome e di fatto, mi è padre il giovane vecchio Giovanni Paolo II (…”non abbiate paura!”, di fidarvi di Cristo). Ed a proposito di Cristo, mi viene in mente quel che “si dissero l’un l’altro” -nel Vangelo di Luca- i discepoli di Emmaus, a conforto del non avere dubbi sull’identità del pellegrino incontrato per via: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le scritture?”. Come padre, quello, che non a caso è Figlio, sapeva toccare le corde del piacere, fino alle vibrazioni più intense e profonde.
Concludo (per ora), con una nota ‘mondana’. Quanto lontano dall’esser padri è il paternalismo! Quello di certi politici, ad esempio (non faccio nomi, anche perchè non mi interessa la polemica politica): bastava aver sentito i commenti ad un tigì di un segretario di partito, nei giorni scorsi, circa l’exploit di Le Pen alle presidenziali francesi. Chi lo ha votato? Certamente anche strati molto popolari, poveri cristi che vivono con angoscia (sic!) le loro frustrazioni e situazioni esistenziali e che, poveretti (traduco il tono), non si rendono conto di chi veramente li può difendere e di chi invece bara … Ecco, padre -per converso- credo sia anche colui che -prima di tutto- sa attribuire competenza, autonomia di pensiero ( per il fine del piacere o della soddisfazione) all’altro!

paolo

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4 comments for “Pensare il padre … annotazioni dalla vita.

  1. savio
    3 Maggio 2002 at 11:49

    Sono d’accordo. Il padre che incontro nella vita è quello che mi dà coraggio e passione. Il tipo che, anche se dieci anni più giovane di me, mi fa vedere come si sta al mondo con il semplice e umano piacere (come principio). Proprio per questo Le Pen è la peggior razza di padre: fa del paternalismo alla moda del Presidente Schreber, un tipetto trovato da Freud nel suo bestiario psichiatrico.

  2. vicky
    8 Maggio 2002 at 11:53

    Resto su Le Pen perchè il pericolo è passato. Io sono convinto che la politica, il sociale, prima sono psicologia. Mi chiedo se scegliersi un padre come Le Pen sia da figli malati. Malati di quella malattia che dice che non sono capace di scegliere la mia legge, e allora… qualsiasi sboccato mi va bene.

  3. vicky
    8 Maggio 2002 at 12:00

    Resto su Le Pen perchè il pericolo è passato. Io sono convinto che la politica, il sociale, prima sono psicologia. Mi chiedo se scegliersi un padre come Le Pen sia da figli malati. Malati di quella malattia che dice che non sono capace di scegliere la mia legge, e allora… qualsiasi sboccato mi va bene.

  4. paolo
    17 Maggio 2002 at 11:58

    Certamente nella politica di oggi è assai arduo reperire “padri” (francamente io non ne vedo per me). Le scelte politiche mi sono dettate da un principio di libertà, per cui mi sta bene chi più valorizza la libertà dell’individuo e delle formazioni sociali in cui si esprime la sua personalità, come recita l’art. 2 della nostra Costituzione (non disprezzabile, in fondo, vero?). Perciò sono contro qualsiasi ideologia, sia di destra che di sinistra (ma, come direbbe Giorgio Gaber, ci sarebbe da chiedersi oggi “cos’è la destra, cos’è la sinistra?”) che enfatizzi il ruolo dello Stato sull’individuo. E poi mi puzzano le teatralità farsesche di certe messe in scena per le piazze (in questo senso certamente puzza molto Le Pen, ma non sottovaluterei anche certi fenomeni nostrani, non necessariamente riscontrabili solo da una parte). Ciò che alla fine dell’articolo intendevo dire era comunque semplicemente questo: il Padre ha a cuore la mia soddisfazione, il mio piacere; non può esservi però piacere (frutto di un lavoro di rapporto con l’altro) senza l’attribuzione prima di tutto di una competenza di pensiero, di giudizio. Senza questa condizione si finisce in una legge di comando, nell’autoritarismo, nel “paternalismo”…

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