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PENSIERI E “PENSIERI” (DIO COMPRESO)

PENSIERI E “PENSIERI” (DIO COMPRESO)

 

 

Il primo pensiero è il pensiero di Io-Figlio. Significa: ho diritto a qualche cosa, ad una eredità, all’amore di mia madre, all’amore di mio padre, ai calci dei miei fratelli… ho diritto insomma. Ho un pensiero di diritto. Solo se io mi penso come figlio posso accedere ad un pensiero di amore. Da qui mi si apre la strada della possibilità di essere amato in quanto sono io che, avendo diritto, do all’altro diritto ad amarmi. Se non lo faccio io, l’altro ha anche diritto a restarsene fermo, e non guardarmi nel becco. Il figlio insomma è nella posizione di colui che riceve perché ha mosso l’altro a farlo. E per il momento sull’Io-Figlio tanto basta.

 

Il secondo pensiero è il pensiero di Padre. Tale pensiero è formidabile e nello stesso tempo (io a volte lo definisco così) magico. Io penso in pratica che il mio piacere, la mia soddisfazione, piace a qualcuno. Sono soddisfatto in quanto qualcuno è soddisfatto che io lo sia. Il mio piacere non porta danno a nessuno, anzi (superamento della patologia). Ricordo qui brevemente come la nevrosi sia un pensiero in cui il mio piacere io lo penso come un furto. Ossia niente diritto.

 

Il fatto che io figlio abbia un piacere, una soddisfazione, un gusto, entra nella logica fiduciaria che qualcuno (il Padre) sia lì a guardarmi mentre io provo piacere. Garantisco che c’è un sacco di gente che ha un sacco di problemi a farsi vedere mentre sta provando piacere. Il Padre invece è contento di vedermi quando io sono contento. Il figliol prodigo torna e si merita il vitello grasso nel momento in cui ha un pensiero di Padre (che lo perdona perché ha saputo muoversi: andata e ritorno) ed egli si sente addosso il diritto che il Padre rinunci a parte della sua ricchezza per fargli festa. Prima lui era uno scavezzacollo, un debosciato, un perditempo. A nobilitarlo è stato il pensiero che il Padre lo avrebbe perdonato, ovvero che avrebbe provato con lui piacere. Il piacere del ritorno spartito tra Padre e figlio. L’altro figlio, il fedele forse interessato, lo zio Bergomi, non si è mosso da casa e così non ha… ricevuto niente. Non ha meritato.

 

Il terzo pensiero,  a sostegno del tutto, la trave portante, è il pensiero di relazione. Sappiamo tutti che io vivo bene se ho una sana relazione con gli altri, altrimenti la malattia è garantita. Tuttavia in queste serate io vorrei, lo abbiamo capito, abbinare un po’ il discorso della importanza della relazione con l’altro con il discorso della importanza della… relazione con se stessi. Definiamola provvisoriamente così. Vorrei in questo articolo dire attorno a quella che io reputo una buona idea, quella che il saperci e il pensarci essere soli è una idea di salute.

La solitudine è l’infermiera dell’anima” scrive un po’ elementare Madame De Lambert citata da Leopardi.

La solitudine come fonte della soddisfazione che l’uomo ha nel pensarsi nella sua unicità e nella sua originalità. Solitudine non come perdita ma come atto del trovarsi.

Preciso che nella solitudine il pensiero di Padre, il pensiero di Io-Figlio e il pensiero di Dio, non vengono meno, anzi, sono rafforzati, esperiti con maggiore calore e intensità. Gesù infatti dice: “Vi lascio soli, ma non orfani”. Ovvero l’altro c’è sempre, anche se noi siamo lì allo specchio che guardiamo le nostre rughe! Noi, soli, a tu per tu. Ma mai orfani dell’altro. Anche se l’altro, fino in fondo, non è per noi, non è con noi, e ci può fare vivere anche il dolore della solitudine, come mi sembra esca dai versi di W. Szimborska: “Puoi conoscermi, però mai fino in fondo./ Con tutta la mia superficie mi rivolgo a te;/ma tutto il mio interno è girato altrove”.

 

Soli quando ci accorgiamo che le persone che abbiamo attorno noi le possiamo penetrare solo in parte nel loro corpo e nella loro anima. Quando ci accorgiamo che le nostre parole entrano fino ad un certo punto nel capirci dell’altro, ecco, allora siamo soli.

Noi, anche lontani dalla relazione con l’altro, possiamo avere quella forza, quella vitalità che dopo ci permette di rilanciarci verso l’altro, di darci più nuovi, più ricchi, dopo il lavoro di esserci trovati dentro.

 

Quarto elemento, quarto pensiero. Dio. Dio è l’Altro. Dio è il pensiero che permette che tutto ciò si realizzi in questo tempo ma anche in un altro tempo. Dio è un mio pensiero di garanzia. Dio è un garante alla mia soddisfazione e alla mia salvezza, e anche al mio piacere, oltre questo tempo, nel tempo dell’aldilà . Io vedrei piuttosto un Dio Imperfetto, e in quanto tale un Dio Padre. Un Dio geloso dei propri figli e in quanto tale affatto Onnipotente. Un Dio che sente la mancanza dei suoi figli e in quanto Padre che fa da garante alla loro soddisfazione. Un Dio che fa i suoi conti con il Male e in quanto tale ancora affatto Onnipotente. Mi hanno recentemente colpito alcune cose che sto leggendo su Dio e il Male, proprio sull’antico problema… unde malum?

Scrive Franco Michelini-Tocci nel suo saggio Male e Libertà contenuto nella raccolta Il Male a cura di P. F. Pieri: “Sembra che la questione (quella della presenza del Male) abbia trovato tre risposte possibili, ma a ben vedere tutte e tre finiscono con il gettare la responsabilità del male, sia pure in modi diversi, sull’uomo. 1 – Dio non è buono, o è buono in modo del tutto diverso dal concetto di buono che ha l’uomo. (…) 2 – Dio è buono ma non è onnipotente (…) . 3 – Il male non esiste, nel senso che, non avendo sostanza, è qualcosa di accidentale o illusorio destinato comunque ad essere riassorbito nel bene, oppure può essere definito solo negativamente come mancanza di bene”. Martin Buber parla di un Male che è come “il lievito della pasta”, cioè qualcosa che non è negativo in sé ma che diviene negativo quando non collabora con il Bene. Hannah Arendt parla esplicitamente della “banalità” del Male. E la famosa affermazione di Hans Jonas in Il concetto di Dio dopo Auschwitz: “Dopo Auschwitz possiamo e dobbiamo affermare con estrema decisione che una Divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile. (…) Ma Dio tacque. Ed ora aggiungo (sta parlando dell’Olocausto): non intervenne perché non volle, non perché non fu in condizione di farlo”. E ancora sul limite di Dio, perché è di questo che stiamo parlando, Simon Weil ha modo di scrivere nei suoi Quaderni: “l’atto della creazione non è un atto di potenza. E’ un atto di abdicazione. Con questo atto è stato stabilito un ambito diverso che quello di Dio. La realtà di questo mondo è costituita dal meccanismo della materia e dall’autonomia delle creature ragionevoli. E’ un regno da cui Dio si è ritirato. Dio ha rinunciato a essere il sovrano, e può accedervi solo come mendicante, mendicante dell’amore”.

 

Ho riportato questi passi  sulla questione di Dio nel suo rapporto con il Male perché, a mio modo di vedere, è proprio qui dove Dio si fa Padre. Anche un Padre perdente. Anche un Padre che non sa, che non può o addirittura che non vuole. Noi uomini non potremmo intendere un Dio se non in tutte queste accezioni. Non potremmo entrare in relazione con lui. La nostra salvezza è che la alterità di Dio è sempre una alterità di relazione. Anche incomprensibile, ma di relazione con i propri figli. Dunque Padre in quanto avente figli.

 

Io vedrei Dio allora nella condizione dell’altro da noi in quanto limite, ancora una volta contenitore, incentivatore. Ancora una volta Dio come garante di un principio e di una fine. Dio e la Morte sono i nostri massimi altri e sono in quanto tali i nostri massimi garanti di soddisfazione. La Morte, la resa di fronte alla quale, risulta l’unica vittoria possibile per l’Uomo.

 

 

Vorrei allora dire che cosa intendo per “pensiero”. Il pensiero è il dato fondante il nostro lavoro. Il pensiero è una creazione mia. Il pensiero è l’atto pratico della mia psicologia che, come abbiamo visto, significa pensare con la propria testa . Il mio pensiero è la mia arte. Il pensiero sono Io fatto verbo. Solo io posso dire che sono figlio che ha diritto al piacere; solo io posso dire che voglio la relazione con l’altro; solo io posso relazionarmi con Dio; solo io posso pensare ad un Padre che mi sorregge nella attività più importante della mia vita che è quella di provare piacere. Allora il pensiero è la condizione della nostra forza e della nostra originalità, della nostra individualità. Il pensiero non ce lo regala nessuno, non è in vendita nei supermercati. Il nostro pensiero è la nostra autoalimentazione. Il pensiero non ha leggi proprie ma è un lavoro di ricerca della Legge per cui io poi attuo la mia autorizzazione. Punto primo.

 

Punto secondo. Stiamo bene attenti di che pensiero stiamo parlando. Qui non stiamo parlando del ragionamento, non stiamo parlando dell’” ah, ho capito che le cose funzionano così”. Io intendo il pensiero in questi termini: il pensiero è il timbro che mettiamo alla fine di un documento. Il pensiero non è pensiero se non ha un valore decisionale. Come dire amen, così sia (cioè “da qui in avanti”). Il pensiero è quello che dice: “pensa quanto basta, se pensi di più ti ammali”. Il pensiero apre sempre la strada ad una novità. Il pensiero funziona se io posso metterci un punto, un timbro finale, come quello delle poste, una autorizzazione. Il pensiero ha il valore di una sanzione (Codice Civile, non Penale). Allora il pensiero diventa produttivo. Ma perché? Perché solo io ho saputo compiere il lavoro di autorizzazione al mio pensiero, solo io ho potuto renderlo valido, solo io lo ho… praticizzato, io con il mio essere solo, io con la mia solitudine, io con la mia testa e con il mio cuore. Io con la mia contraddizione, con il mio moto interno tanto propulsivo quanto irrisolto. Io e pensiero sono entrati in coppia (come la coppia del motore).

 

Domanda. Da che cosa sono tenute assieme le parti della tela alle parti della cornice? Che cosa incolla la nostra contraddizione al nostro limite? Le umilissime graffette. Eccolo lì il pensiero. Il pensiero sono le graffette che tengono unita la cornice attorno alla nostra contraddizione interna. Il pensiero tiene unite le mie posizioni contraddittorie, nel loro essere bene e nel loro essere male. Mi accorgo adesso, dicendo queste cose che sto tentando di definire l’Io, chi siamo noi. Ecco, per me è importante capire questa sera che il pensiero è dire: “è così, metto la parola fine, ci do un taglio” e consento l’avvenire di quello che deve avvenire. Dire amen è la stessa cosa… non vuol dire… “morta qui”, anzi il contrario, significa… da qui in avanti. Scrive Natoli in Stare al mondo: “Amen è la parola decisiva dell’ebreo e del cristiano. In ebraico amen significa “dimostrarsi saldo”, “avere consistenza. Il Dio dell’amen è tale: in lui si ha fede perché in lui ci si sente sicuri, a lui si dice “sì”, appunto, amen”. Il pensiero è un sigillo, un sigillo affermativo. Al momento mi basta che si intenda come il Padre è il Padre del “si”, ovvero dell’amen, purchè il Figlio lo voglia attraverso il lavoro del proprio pensiero.

 

Guido Savio

 

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