-Email -Email   STAMPA-Stampa 

CIASCUN DAL PROPRIO CUOR L’ALTRUI MISURA

the-man-in-the-blue-hat-1937.jpg!Large

CIASCUN DAL PROPRIO CUOR L’ALTRUI MISURA

 

Lo specchio dell’altro

 

 

Il primo punto: Otto Weininger, Ebraismo e odio di sé, un libro da non leggere, scritto da un antisemita di prima categoria. Tuttavia anche certa gentaglia, a volte, riesce a dire cose interessanti. Ho scelto questo esempio quasi, se si potesse dire, per viam negationis, per dimostrare come è dal negativo dell’altro che noi riusciamo a vedere, se vogliamo, il nostro. Come dall’osservare le rogne altrui noi possiamo, se vogliamo, vedere e dunque anche grattare le nostre. Scrive Weininger: “Come nell’altro si ama ciò che si vorrebbe essere per intero, mentre non lo siamo interamente, così nell’altro si odia soltanto ciò che non si vorrebbe mai essere ma che in parte si è”.

 

Questo per dire, due parole in croce, che l’altro è colui che “mi dice” dice chi sono io. Io mi avvicino, mi allontano, vengo attratto, vengo respinto dall’altro in base alla enunciazione testè fatta. La empatia esiste davvero, nel bene e nel male. La attrazione esiste, nel bene e nel male. L’altro è per me ponte della conoscenza attraverso il rispecchiamento positivo o negativo che io ho verso di lui.

the-mechanic-1920.jpg!PinterestLarge

Il secondo punto: certo una definizione più positiva del funzionamento dell’altro nella determinazione del giudizio che io ho su di me, nella determinazione della mia stessa idenità. La citazione è di Bataille, tratta dal suo La sovranità. “La possibilità che si dà – egli scrive – in qualsiasi uomo di riconoscere nell’altro la propria verità interiore e la difficoltà di vederla in se stesso è alla base dell’aspetto disarmante della sovranità”.

Qui Bataille sta facendo il discorso sulla sovranità intesa come capacità del soggetto di essere un buon

pensatore di se stesso e anche un buon amatore di se stesso. Sovranità da intendersi non come egoismo ma, mi verrebbe da dire, forza umile che anima ogni essere umano che calpesta il suolo terreno. Tale sovranità viene appunto messa a nudo nel momento in cui io mi accorgo che la mia verità interiore me la porge l’altro, me la porge non certo su di un piatto d’argento. Me la porge nel piatto che vuole lui. Ma è lui a porgermela. Sta a me gradire.

 

Adattamento

 

Terzo punto: all’altro io dò un segno e l’altro mi rimanda un po’ di “verità”: sembra un giochetto da bambini ed invece è la realtà fattuale del nostro essere uomini, della nostra sovranità. Ma anche il sovrano (il soggetto sovrano) si deve sapere adattare.

 

Adattamento vuol dire quello che dice Terenzio nell’ Andria. “Se non è più possibile quello che tu vorresti, cerca di volere quello che è possibile”. Questo di Terenzio altro non è che uno splendido invito a lavorare sul nostro desiderio nel senso appunto economico di… farcelo passare. Tutto qui. Il nostro desiderio è mobile e la sua mobilità è la garanzia che ci passi per il buco. Ovvio a questo punto che il nostro desiderio ha a che fare con una limitazione. L’homo oeconomicus è colui che sa limitare la portata del proprio desiderio relativamente alla possibilità (giudizio) di vederlo soddisfatto. Il Talmud afferma: “Felice è colui che si accontenta della propria parte”. Ma non siamo in presenza dell’accontentarmi di quello che passa il convento ed intanto resto con tanto di naso, o con la bocca amara, o peggio. Anzi.

Adattamento non è rinuncia. Noi sappiamo che guarisce colui che smette di rinunciare, ovvero colui che esce dalla inibizione. Quello che voglio dire ora è che è a partire dalla stima della realizzabilità del mio desiderio che il mio desiderio si realizzerà. Questo dice il Talmud. Il mio desiderio crescerà e sarà sempre più libero nella misura in cui io saprò vederlo in partenza realizzabile. Mi viene in mente adesso, ma non so quanto c’entri, una frase di Von Klausevitz, nel suo Trattato sulla guerra che più o meno dice “Dichiara battaglia solo quando sei sicuro di vincerla, altrimenti fai a meno”. Niente di più chiaro.

 

Homo oeconomicus

 

woman-with-a-book-1923.jpg!PinterestLarge

Quarto punto: in questo discorso economico (sulla economia del piacere) ci aiuta Kierkegaard (strano a dirsi!!) che pone l’accento sul fatto che il vantaggio non è il possesso, il piacere non è avere, ma il contrario, l’essere avuti. Scrive: “Mio non è ciò che mi appartiene ma ciò a cui io appartengo”. Mi viene in mente qui la stracitatissima frase di John Kennedy, “Dont ask what your country can do for you, but what you can do for your country (Non chiederti che cosa il tuo paese possa fare per te ma che cosa tu possa fare per il tuo paese)”. Anche il mio essere homo oeconomicus diventerebbe una stoltaggine se io pensassi al possesso. La mia ricchezza è ciò in cui sono dentro.

Io vado sempre più convincendomi che l’homo oeconomicus non è lo yuppy che fa diciotto ore d’ufficio, ma il soggetto maturo e sovrano che sa stare fermo nella attesa dell’altro, attesa intelligente e… sveglia. L’homo oeconomicus è colui che è imprenditore di se stesso in quanto sa farsi ricco mentre dorme, si arricchisce mentre dorme e il suo danaro frutto per lui. Ovvero quando noi ci allontaniamo dalla furia del fare e ci abbandoniamo alla dolcezza che gli altri facciano. Non sempre questo si verifica, in quanto gli altri, abbiamo visto, non sempre sono stinchi di santo, ma il fatto che noi inizialmente li viviamo come prolifici ci aiuta al fatto che effettivamente poi questi facciano il nostro (e il loro) interesse. Noi siamo chiamati a vivere il cuore dell’altro come un cuore che ci misura in base alle pulsazioni del nostro.

 

Lo stesso Cristo dell’orto del Getzemani diceva: “A chi ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che (non) ha”. Frase terribile quanto sibillina. Da fare tremare i muri. Ma come si fa a togliere a qualcuno qualcosa che non ha. Certo che si può. Se qualcuno non si rende disponibile ad essere riempito dall’altro nel senso del piacere della soddisfazione, gli si toglie anche la… possibilità, cioè quello che… ancora non ha. A chi non è disposto a godere gli si toglie anche le agenzie (che non ha) ma che potrebbero farlo godere. Semplice. Bisogna rendersi, da svegli, sempre disponibili, senza fare la fila, senza dare gomitate. L’altro che si muove verso me sarà mosso sempre da una certa mia passività. Ti sarà tolto, se non sei disponibile, la possibilità di metterti nella posizione silente che fa sì che l’altro si muova verso di te.

 

two-figures-naked-on-red-bottom-1923.jpg!PinterestLarge

Coelho scrive nel suo L’alchimista che noi andiamo in cerca delle cose per tutte le strade del mondo per poi ritrovarcele davanti al naso. Ma è sempre l’altro sul quale vogliamo rifletterci” che ce le indica. L’empatia ritorna come una bussola che ci guida: dobbiamo seguire quello che di noi nell’altro vediamo.

Ad un certo punto uno può anche dire: il mondo è vuoto, ma io esisto: il mio essere, il mio esserci c’è anche senza mondo, e questo non è un paradosso o la rinuncia della alterità. L’egoista maturo è quello che dice: anche se sono l’unico al mondo a vederla in un certo modo, se questo modo segue il principio di piacere (che salva me e l’altro) io me la godo lo stesso. E questo egoista non è il pensatore folle ma colui che conserva il coraggio, anche nel sentirsi unico al mondo, di pensarsi un pensatore che pensa all’universale. Essere portatori dell’universo anche quando si è solo a pensarla in questo modo. Per inciso. Proviamo a calare questo pensiero all’interno dei regimi dittatoriali, assolutistici, ma anche nelle quotidiane follie che ci troviamo a vivere: se non la pensiamo in modo diverso siamo fregati, ci perdiamo nella e con la massa.

 

Amare qualcuno significa amare in lui o lei l’universale sessuato (maschile o femminile) di cui è rappresentante, e di cui è parlante. Amare il modo in cui egli/ella “ci dice”. E se cessa il lui o il lei io so che avrò la possibilità di amare altri lui o lei, proprio perché il mio amore non si ferma sul soggetto ma dal soggetto va all’universale degli esseri dell’amore. Cioè a tutti i figli di questa terra. Quando si parla della elaborazione del lutto si parla di questo: quando cessa l’esistenza reale dell’altro io mi sposto verso un altro ancora, proprio perché ho la dimensione dell’universale, che il mondo è fatto di altri uomini e di altre donne.

 

Guido Savio

-Email -Email   STAMPA-Stampa