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DONNA: COLEI CHE ATTENDE E SA MEDIARE

LA DONNA NELLA PRATICA DELLA “ASSENZA” PROLIFICA

“Storicamente il discorso della assenza viene fatto dalla Donna: la Donna è sedentaria, l’Uomo è vagabondo, viaggiatore; la Donna è fedele (aspetta), l’Uomo è cacciatore (cerca l’avventura, fa la corte). E’ la donna che dà forma alla assenza, che ne elabora la finzione, poiché ha il tempo per farlo; essa tesse e canta; le Tessitrici, le Canzoni cantate al telaio esprimono al tempo stesso l’immobilità (attraverso il ronzio dell’Arcolaio) e l’ assenza (in lontananza, ritmi di viaggio, onde marine, cavalcate). Ne consegue che ogni uomo che esprime l’assenza dell’altro si manifesta l’elemento femminino: l’uomo che attende e che soffre è miracolosamente femminizzato. Un uomo è femminizzato non perché è invertito ma perché è innamorato”. (Roland Barthes, op. cit, pp. 33,34).

La pratica della assenza da parte della donna è la pratica della giusta rinuncia. La donna sa più dell’uomo (essendo creativa e generativa) in merito alla rinuncia, proprio perché la sa trasformare in atto felice, alla lettera, florido, produttivo: che porta avanti molte forme di impasse. La donna guarda avanti e per farlo sa di dover rinunciare. Ma per vivere l’avanti, non per non arrivarci mai. La donna è conducente e anche strada: ed è dunque mezzo anche per se stessa: è intermediario tra opposti in quanto la abitudine alla assenza la porta a pensare, a pensare alla economia. Che per lei è la continuazione della relazione (finchè ne vale la pena, finchè i costi non sono troppo alti). Più che “il tempo per farlo” la donna ha il desiderio di farlo. Di fare l’assenza. “L’oggetto non è sempre assente?” si chiede Barthes. La donna tenendo in vita la mancanza tiene in vita il desiderio. E’ la parte che l’altro non fa nostra che ci fa vivere: e la donna è soggetto che sa stare meglio nella mancanza di questa parte: forse della parte che l’altro tiene per sé. Sa stare nella propria solitudine e rilanciarsi nella sua attenzione verso l’altro.

Nella pratica della assenza la donna sa fare patto del conflitto. Il conflitto pernicioso è solo quello caotico e la donna non ama il caos. Ama l’ordine perché vive nelle stanze, nella strada, vive il suo essere contenitore e anche la responsabilità di esserlo. “Tutto si svolge dentro di me. Pur sapendo io che, in casa mia, sono anche io altra da me”. Questo le evita la presunzione e la onnipotenza. La possibile onnipotenza del suo ‘corpus recipientis’.

“Il corpo femminile è a volte percepito dai Greci come pericolosamente autosufficiente, cosa che rende possibile la autonomia femminile; una rappresentazione più forte insiste sul possesso della fecondità di questo corpo e della sua interiorità, sul mantenimento del suo carattere inviolabile” (Page Du Bois, Il corpo come metafora. Rappresentazione della donna nella Grecia antica, Laterza, Bari 1990).

La donna non “gestisce” la assenza ma ne è portatrice. La conformazione del suo sesso lo dice: una assenza che chiama (ex- cita) ad essere riempita. Dunque essa stessa… fa i conti con la assenza di cui ella stessa è portatrice: fare i conti allontana dalla presunzione e dalla onnipotenza. La paura non solo dei Greci ma anche di gran parte della storia del mondo occidentale in riferimento al corpo della donna come corpo autosufficiente, soddisfacibile da sé stesso, quindi non richiedente e non desiderante il corpo maschile, è stata (è) una paura non di poco conto.

Ma è proprio in questo corpo così… grande (oppure “visto” grande) che la donna si trova nella propria intima e privata solitudine. E da questo luogo, se vogliamo, di reclusione prolifica, da questo luogo la donna parte nel suo viaggio. “Solitudine. Qual è dunque il suo valore? Dal momento in cui si è alla presenza della semplice materia (anche il cielo, le stelle, la luna, gli alberi in fiore), di cose di valore inferiore forse a uno spirito umano. Il suo valore consiste nella possibilità superiore di attenzione. Se si potesse avere lo stesso grado di attenzione in presenza di un essere umano… (?)” (Simone Weil, Quaderni, Vol, I, Adelphi, Milano 1982, p. 205).

Donna come attenzione-cura a partire da un suo corpo-grande per l’altro che nel suo corpo può entrare. Donna come azione di ricezione. “L’azione come timone di profondità. Forse essa può solo abbassare o non abbassare, ma non elevare? Forse questo lo può solo l’attenzione?” (Simone Weil, op. cit., p.270). Solo nella solitudine della attesa l’attenzione per l’altro trova il suo giusto percorso. Nel pensiero. Forse anche nella azione. La donna… ha tempo. Dalla inquietudine prolifica della sua attesa, della sua mancanza, la donna dona. Dona posto, dona opportunità all’uomo, dona se stessa come mancante. Mancante nella sua contraddizione. “ Amore. Vorrei che colui che amo mi ami. Ma se è interamente dedito a me, non esiste più. Io smetto di amarlo. Sazietà. E finchè non è completamente dedito a me, non mi ama abbastanza.

Oppure: io vorrei il suo bene. Ma quale bene? Quello che io mi raffiguro come il suo bene? Ma lui non lo vuole. (Se invece è completamente docile non lo amo più). Oppure tutto ciò che desidera? In questo caso gli stessi problemi che si ponevano per il mio desiderio si pongono per il suo. Che cosa desidera? Ama qualcuno? (…) il ‘giusto mezzo’ è ciò che vi è di più opposto alla unione dei contrari” (Simone Weil, Quaderni, vol. III, p. 191). La Weil sta parlando a se stessa. Vorrei la sovrapposizione, la paritarietà dell’amore, ma nello stesso tempo capisco che questa sarebbe la fine dell’amore stesso. L’ altro del mio amore deve essere “altro” per altri. Io ho la garanzia dell’amore se l’altro che io amo è amato anche da altri. Il desiderio è il desiderio dell’altro. La Weil si dibatte come tutti noi ci dibattiamo in amore: vorrebbe tutto dall’altro ma capisce che in questo senso farebbe morire l’altro come altro. L’altro non esiste nella saturazione. La Weil vuole il bene dell’altro. Ma quale bene? Lo sappiamo quale è il bene dell’altro noi? Non esiste presunzione maggiore di quella di dire all ’altro che io so quale è il tuo bene. Tu lo “sei” il tuo bene, non lo “sai”. Lo sei. Libertà di rapporto: che tu sia il tuo bene. Quello che io figuro essere il “suo” bene… l’altro non lo vuole mica. Il bene dell’altro è privatamente dell’altro e di nessun altro. In quattro battute tutta la contraddizione e lo splendore dell’amore che è fatto di debolezza e di forza. Di libertà, alla quale tutti aneliamo, e di desiderio di essere inglobati nell’altro. Nell’altro che faccia anche la nostra parte. Abbiamo anche bisogno di prigione. Il viaggio della nostra contraddizione è l’amore che dall’altro ci viene concessa. Attraverso l’amore. Noi non accettiamo la contraddizione dell’altro se non nell’amore. E’ l’altro che consente la nostra massima libertà.

Noi siamo chi vediamo essere gli altri e chi gli altri vedono noi. Noi giudichiamo noi stessi come giudichiamo gli altri. A partire dal perdono. Che sempre un giudizio è. Il dramma e la ricchezza del vivere su questa terra è il rapporto che noi abbiamo con l’altro nella logica dell’essere da lui detto, informato, nominato, fatto vivere. Non viviamo se non attraverso l’altro. Ma senza l’obbligo di essere saputi dall’altro o di saperlo. Come la Szimborska che, nel discorso di accettazione del suo premio Nobel parlava di due piccole parole alate che sono il muovere del tutto: “non so”. Non sapere è il nostro movimento, desiderio e vita. “Non so” è l’essenza dell’uomo perché è la mancanza, è l’aspettare, è la pausa del tempo, è la sua non finalizzazione forzata. L’amore, più che essere uno “stare con” è un “saper stare senza”. Sapendo che l’altro c’è. Sentendo che l’altro c’è. Io vivo l’amore nel mio pensiero. Quando l’altro non c’è: l’essenza più intima dell’amore non è una presenza della presenza ma è una presenza dell’assenza.

“Il ‘chi ama chi’ nell’amore di sé, per una donna, appare ancora più misterioso che per un uomo. Perché la donna non può porre se stessa per se stessa come oggetto. E perché, sconcentrata da questa mancanza di ‘posizione’ possibile, lei si lascia porre dall’altro: uomo o madre. Non ama se stessa come oggetto. Può tentare di amarsi come interiorità. Ma non può vedersi. Bisogna che giunga all’amore dell’invisibile e alla memoria di un contatto che non si vede mai, e che spesso lei avverte nel dolore, non avendo il modo di percepirne il luogo, la ‘sostanza’, le qualità”. (Simone Weil, op. cit. p. 58). La donna si può amare come interiorità. Potremmo dire che si ama alla cieca nel momento in cui si sente corpo che contiene, attraverso la sua assenza, il moto del desiderio dell’altro. Ma non si ama come oggetto. Involucro. Stanza. Terra. Solco. Forno. Tavoletta per le iscrizioni la donna ama il moto dell’ altro, ama il segno dell’altro sulla sua pelle e all’interno del suo proprio stesso corpo. E ama se stessa amata, se stessa segnata, se stessa riempita. Così come l’uomo non può che amare se stesso come riempiente. Anche lui peccherebbe se si vedesse come oggetto. Se si amasse come oggetto. Ma sappiamo che l’uomo è più incline della donna al peccato.

“La frase tipo prodotta da un uomo, risalite tutte le trasformazioni, è: ‘Mi domando se sono amato’ o ‘Mi dico che forse sono amato’. La frase prodotta dalla donna e: ‘Mi ami tu?’. Nel primo caso l’enunciato si richiude sul locutore con la precauzione quasi costante di un ‘dubbio’. Il soggetto si parla. Il dubbio è spesso il solo elemento di incompiutezza in questa bolla in cui egli si situa e si richiude. Non c’è qui luogo per parola dell’altro. Il messaggio è riflesso e si riflette su chi lo produce, o riproduce, ed è talmente mediato, elaborato nella sue immagini, da chi lo pronuncia, che l’altro o l’altra che volesse provare ad ascoltare, anche senza esservi invitato (a), solo difficilmente capirebbe ciò che vi si dice” ( Luce Irigaray, op. cit., p. 106).

Sembra proprio che la differenza della domanda in riferimento all’amore tra uomo e donna abbia a che fare con il contenimento: per l’uomo si tratta di “stare dentro” un pensiero o un sentimento; per la donna di “ricevere dentro” questo pensiero o sentimento. La donna si espone alla unicità dell’amore sapendo che questa è la massima esposizione all’altro. Anche l’uomo cerca l’unico ma forse è meno disposto a questa esposizione. Poi forse il mistero dell’altro, dentro il quale entra anche la unicità, è proprio il volerlo unico: questo la donna lo sa. Sa che si espone al mistero dell’altro. L’uomo ama per poter essere libero dall’altro: cerca l’unico ma ne ha anche terribilmente paura. Forse il processo di idealizzazione ha a che fare con questo: individuare l’unico che l’altro rappresenta senza farne un “corpo” unico, bensì un pensiero, una proiezione, una idea, una immagine: certamente entità gestibile con minor paura.
>br> Donna è portatrice di mediazione. E’ portatrice anche di se stessa come metafora proprio nel senso che “trasporta” una costante possibilità. Offre all’altro la possibilità/potenza della relazione attraverso il proprio corpo come recipiente da un lato e come mediatore dall’altro. La donna tiene aperto. La apertura è la possibilità che la donna dà all’altro di essere se stesso. Prova il proprio piacere nel vedere l’altro il più libero possibile di esserlo. L’”amore promozionale” di Roberta de Monticelli ne “l’Ordine del Cuore” e l’”amore supererogatorio” di Remo Bodei in “Geometria delle passioni”(Feltrinelli, Milano 2003) è la rappresentazione pratica della donna come intermediario, come METAXY. Si fa passare dall’altro. Fa strada all’altro. Donna come conducente e come strada. E la forza dell’amore come intermediario, di cui la donna è portatrice, è la stessa forza del dolore. Intermediario anche esso. Il dolore che permette.

Il dolore permette di conoscere. Dolore e amore sono diversi per struttura, natura, esperienza, rielaborazione ma svolgono entrambi una funzione di mediazione. Non a caso “Attraversare il dolore” sostiene Salvatore Natoli. Il dolore non dice ma fa capire. Non spiega ma indica le pieghe attraverso le quali entrare in esso per attraversarlo.

La donna sa che il dolore nella relazione mette a repentaglio la relazione in quanto il dolore dell’altro poi diviene anche il mio dolore. Il dolore nella relazione non è affatto “innocente”. Il dolore nella relazione tocca dappertutto. Tocca con i propri spigoli e l’altro che soffre vicino a noi non sempre è innocente davanti ai nostri occhi. Proprio nella esperienza del dolore più che in qualsiasi altro tipo di esperienza, la donna sa che è chiamata ad essere intermediario. E’ chiamata a filtrare il dolore. Più si media più ci si arricchisce. E più ci si arricchisce più si ha la ricchezza per mediare: in quanto mediare ha sempre a che fare con la rinuncia. Giusta ma sempre rinuncia.

METAXY è sempre scambio delle reciproche mancanze. Come in amore ci si scambia quello che non si ha. La donna media l’ avvenire dell’amore perché ha un pensiero di futuro e ha un pensiero di scopo. Ha, in sostanza, più senso dell’uomo. Ha per questo più futuro dell’uomo. Nelle sue parole la donna usa il linguaggio come corpo. “Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. E’ come se avessi delle parole a mò di dita, o delle dita sulla punta delle mie parole” ( Roland Barthes, op. cit. p.77). La donna “si fa” scrivere. E’ la metafora della tavoletta : “Un’altra metafora che rivaleggia con quella del campo e del solco è quella del corpo della donna come tavoletta, come superficie su cui scrivere. (…) La donna è la ‘delthos’, il triangolo pubico che seve essere seminato/scritto. (…) Lo stilo traccia il sua segno e i segni stessi sono semi”. (Page De Bois, Il corpo come metafora. Rappresentazione della donna nella Grecia antica, Laterza, Roma-Bari, 1990, p.176). L’origine della semantica.

Il lasciarsi scrivere è il lasciare che l’altro scriva la propria storia che, scritta sul proprio corpo, diventa una “nuova” storia. Amarsi è scambiare la propria storia scritta. Che poi è riscritta dall’altro. Per fare questo è necessaria capacità di mediazione e anche di contenimento. Il contenimento è richiesto dalla memoria che nella storia occupa parte vitale. La storia sono i semi che germoglieranno “novo” nel corpo di inscrizione dell’altro. Curarsi dell’altro o avere attenzione per l’altro è attenzione ai cambiamenti della storia che, scritta sulla nostra pelle, dalla nostra pelle viene riedita. Qui si guarisce.

La donna è il soggetto del “sì” anche quando con la bocca afferma “no”. In quanto soggetto del compromesso: in quanto offerente la possibilità, la strada, la opportunità. Anche se dice di no. Sta a me intendere il no dell’altro e formarlo ad un mio desiderio, ad una mia nuova volontà. “Si” vuol dire che alla fine cerchiamo che sia sì, che si vada avanti.

La donna è il soggetto del “grazie”: la donna sa accontentarsi. Ma non nel senso delle briciole. Accontentarsi some somma regola della soddisfazione. Non forzo la realtà nel senso del mio desiderio ma lo seguo. La donna è riconoscente in quanto riconosce la futuribilità del suo grazie che è lanciato verso il futuro, per una nuova prospettiva, per una nuova possibilit à. La donna è il ri-lanciante in quanto attenta all’altro, nel bene e nel male.

La donna perdona. La donna è portata a farsi perdonare in quanto sa più dell’uomo ricominciare da capo. La donna sa riprendere. Costanza. La donna sa ridisegnare quello che originariamente aveva disegnato in un altro modo. Lo può fare in quanto è creativa. Sa vedere avanti. Come l’artista sa vedere avanti e anticipare l’altro.

La donna sa perdere la testa… per poi saperla ritrovare: lasciarsi trascinare in una condizione tutt’altro che passiva. La donna vive un continuo inseguire la propria testa che… è sempre un po’ più in là del collo. La donna lancia la testa avanti per poi raggiungerla. Non è mai dove la si vede, come le stelle. Insegue sempre. Insegue tempo e senso. La testa è sempre un po’ più in là e la donna fa fatica a starci dietro però ne prova anche soddisfazione. Continuare ad avere un desiderio.

La mediazione operata dalla donna fa sempre parte di un viaggio. La ri-iscrizione delle storia fa parte di una navigazione. La donna sa che si va da… a. Non sempre sa dove si va ma sa che si va. In ogni momento. Anche nel momento del conflitto, quando la scrittura può anche fare sanguinare. Proprio perché la mediazione prevede e richiama uno scopo e un senso: unico scopo e senso sono vivere. La donna facilita e calma questo vivere. La donna è il soggetto della facilitazione.

Noi tutti cerchiamo in continuazione il rapporto ma ne abbiamo anche timore. La donna che facilita il desiderio, che è desiderio e/o desiderabile facilita l’uomo in questo timore: rende più facile la accettazione del limite e dell’errore proprio perché essa stessa è limite e confine. La donna consente di toccare la propria contraddizione: quella tra l’essere e il dover essere che nell’uomo tanto è penetrante. La donna si fa altro dentro l’altro per poterlo fare parlare. Per poterlo fare scrivere storia. La donna si fa sponda. Proprio perché sa che l’amore è il luogo massimo della contraddizione. Fare sponda non significa rimandare pari pari quello che prendo, ma rimandarlo secondo una nuova angolatura. Proprio così: da un altro punto di vista. Il luogo dell’amore è il massimo luogo della contraddizione perché è il massimo luogo della domanda e della esposizione. La donna sa che in amore ci si gioca tutto. Per questo sa anche rispondere, alla domanda, “non so”, anche quando dice di sì. Anche quando ricomincia da capo. Anche quando perde la testa. Anche quando intuisce e guarda avanti. Risponde “non so” perché sa che quello è il luogo della prolificità. E’ il luogo dell’incontro. E’ il luogo del desiderio. E’ il luogo della vita.

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1 comment for “DONNA: COLEI CHE ATTENDE E SA MEDIARE

  1. Antoine
    3 settembre 2004 at 21:29

    Credo che la domanda: “Mi chiedo se sono amato” non sia solo dell’uomo ma sia una domanda che non conosce distinzione di sessi, essendo la … madre di tutte le domande. Certo che la donna ha maggiore capacità di stare… senza l’amore.
    L’erticolo mi ha interessato soprattutto nell’aspetto della donna come …luogo a metà strada.
    Antoine

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