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IL MALE (PARTE SECONDA)

IL MALE (l’uomo che si nasconde) – Parte seconda

IL MALE ( l’uomo che si nasconde)

(continua)

7 – Il bambino di Auschwitz e il bambino di Dostoevskij chiamano, inutile nasconderlo. E la risposta di Jonas non si fa attendere: “Dopo Auschwitz possiamo e dobbiamo affermare con estrema decisione che una divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile. (…) Allora la sua bontà non deve escludere l’esistenza del male. Il male c’è solo in quanto Dio non è onnipotente. Solo a questa condizione possiamo affermare che Dio è comprensibile e buono e che nonostante ciò al mondo esiste il male”. E più avanti , quasi a collegarsi con il “biglietto restituito” di Dostoevskij, Jonas conclude il suo commento al racconto di Auschwitz: “Ma Dio tacque. Ed ora aggiungo: non intervenne, non perché non volle, ma perché non fu in condizione di farlo”.

E la domanda per noi rimane: quale la relazione tra Dio e gli uomini? Quale la relazione nel momento in cui l’uomo (nei casi visti sopra, i bambini) si aggrappa con le unghie alla salvezza del proprio corpo vivendo una indicibile sofferenza? Se finora ho toccato il tema della onnipotenza di Dio ora vorrei avvicinarmi alla questione della onniscienza di Dio.

8 – Martin Buber. Un racconto tratto dal suo libro Il cammino dell’uomo. Il titolo del racconto è Ritorno a se stessi: “Rabbi Shneur Zalman, il Rav della Russia (il rabbino) era stato calunniato presso le autorità da uno dei capi dei mitnagghedim (oppositori al chassidismo) che condannavano la sua dottrina e la sua condotta, ed era stato incarcerato a Pietroburgo”. Il capo delle guardie comincia a provocarlo, e lo provoca proprio nel suo terreno, quello delle Scritture. In sostanza gli chiede: “Come bisogna interpretare che Dio Onnisciente dica ad Adamo: ‘Dove sei?’”. Ma più sottilmente il comandante chiede chiarimenti sul passaggio biblico che riguarda il peccato di Adamo, sul fatto che Adamo si sia nascosto, sul fatto che Adamo si sia nascosto per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. E allora il Rabbino risponde al comandante: “Adamo sei tu. E’ a te che Dio si rivolge chiedendoti ‘Dove sei?’”.

Così si nasconde ogni uomo, afferma Buber, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo. Egli si nasconde “davanti al volto di Dio”, l’uomo scivola sempre più velocemente e sempre più frequentemente nella falsità. La questione è quella della responsabilità, della imputazione del soggetto presso il proprio essere e il proprio agire. E noi sappiamo, dalla psicologia, che l’atto liberatorio altro non può essere che la ammissione. La ammissione del proprio essere al proprio posto nella accezione della causalità. Io sono soggetto che “causa”, che non è la stessa cosa che dire “che commette colpe”, e in quanto tale, causando, dà delle risposte. Soggetto che cioè è responsabile e in quanto tale uomo amabile, degno di essere ritenuto bene da parte di altri. Adamo affronta alla fine la voce, riconosce di essere in trappola e confessa: “Mi sono nascosto”. Qui inizia, afferma Buber, il cammino dell’uomo.

9 – Ora mi sembrerebbe troppo facile disquisire sul nostro nasconderci davanti al male del mondo, troppo facile puntare il dito sul nostro egoismo, troppo facile tirare in ballo la nostra cecità, perché di cecità vera e propria si tratta. Preferisco fare un altro discorso. Cioè continuare il discorso della “liberazione” dell’uomo. Liberazione dallo stesso male di cui egli è portatore. Male che qui vediamo come inibizione. La non volontà di accedere a ciò che porterebbe per noi e per gli altri ad una soluzione, al un bene, ad una ricchezza. Si parte dalla ammissione, cioè dal riconoscimento del proprio limite e, se si vuole, anche del proprio peccato. La nostra contraddittorietà è la nostra. Noi la possiamo anche paragonare a quella di Dio. O forse la nostra contraddizione interna potrà anche apparire inferiore a quella di Dio. Ma dalla nostra dobbiamo partire. Come dobbiamo partire, lo abbiamo visto in altre occasioni, dal chiudere i conti con il Padre per porci Figli responsabili, dunque Uomini. Finchè c’è un pensiero di Padre (Dio) che ci ostacola, per noi sarà difficile ammettere. Ci sarà più facile “ammettere” il peccato dell’altro piuttosto che il nostro.

Allora continua Buber: “Cominciare da se stessi: ecco l’unica cosa che conta. (…) Il punto di Archimede a partire dal quale posso da parte mia sollevare il mondo è la trasformazione di me stesso. Se invece pongo due punti di appoggio, uno qui nella mia anima e l’altro là, nell’anima del mio simile in conflitto con me, l’unico punto sul quale mi si era aperta una prospettiva, mi sfugge immediatamente”. Proprio così. L’altro è fuori dal mio percorso di responsabilizzazione. L’altro è l’altro della mia relazione e con lui produrrò ricchezza. Ma la questione della ammissione del limite è solo una questione mia. Che si finisca da soli non lo so, ma so di certo che si parte da soli. Poi si incontra l’altro. Proprio perché da soli si è partiti.

Io sono convinto che noi non ci nascondiamo tanto per una certa vergogna. No. Siamo più calcolatori, siamo più “economici”: ci nascondiamo perchè impreparati al lavoro di responsabilità. L’atto di sanzione del cammino di noi uomini avviene con il nostro uscire allo scoperto per farci vedere dagli occhi dell’ altro e/o dagli occhi di Dio. Ma è qui che l’uomo diviene individuo. Lui e nessun altro. Lui che da solo sa stare in mezzo a tutto l’universo. Adamo che esce dal nascondiglio non lo fa come un atto privatistico ma lo fa come un atto pubblico (una sanzione), nel senso che va a vivere nelle regole del consorzio umano.

10 – Levinas parla di Dio in un modo a mio modo di vedere molto crudo. Parla di “un esistere che si fa strada senza di noi, senza soggetto, di un esistere senza esistente”, un Dio lontano dall’uomo, ma io vedrei in questa “distanza” (che è il tema di questo lavoro) un richiamo, una vocazione, uno spazio lasciato libero per l’uomo proprio perché egli inizi, faccia strada, faccia strada nel proprio lavoro di responsabilizzazione. L’esistere senza l’esistente, quello che Levinas chiama il y a. L’esistente, che è l’uomo, siamo noi in sostanza, “è padrone dell’esistere. Esercita sulla sua esistenza il virile potere del soggetto. Ha qualche cosa in suo potere”. E’ l’uomo che ha il potere di provare. E ha il potere di provare il dolore, ciò su cui stiamo indagando in queste pagine. E Levinas annota: “E’ sul dolore chiamato, con leggerezza, fisico che insisteremo, poiché in esso il coinvolgimento nell’esistenza è senza equivoco. Mentre nel dolore morale è possibile mantenere un atteggiamento di dignità e di compunzione e di conseguenza è già possibile liberarci, la sofferenza fisica, in tutte le sue gradazioni, è una impossibilità di distaccarsi dall’istante dell’esistenza. Essa è l’irrevocabilità stessa dell’essere”. E quella dei bambini incontrati finora era sofferenza fisica, come fisica innanzitutto era la sofferenza di Giobbe. Levinas afferma che la sofferenza è l’essere incollato dell’uomo a ciò da cui non può staccarsi. E proprio lì la sua esistenza si fa più esistenza. Io penso che sia per questo che il male, la sofferenza, costituiscano un grande richiamo per l’uomo della creatività. Nulla come in chi soffre c’è di più vero e nello stesso tempo più vitale. Anche la nostra memoria è iperattivata nel momento del nostro male. Il male come richiamo è un richiamo alla intimità da cui siamo costituiti. Intimità che viene violata e dunque è aperta la possibilità di conoscenza per che soffre e per chi vede soffrire. Ma su queste riflessioni mi fermo qui.

Punto primo, Dio non è onnipotente. Punto secondo, Dio non è onnisciente. Punto terzo, Dio è invisibile? “Tu non potrai vedere la mia faccia perché l’uomo non può vedermi e sopravvivere (Es. 33, 20-23)”. Mi viene qui da dire semplicemente che se l’uomo è in cerca di una risposta, questa risposta avviene nel volto dell’altro. Certo, noi possiamo e dobbiamo lavorare da soli ma abbiamo anche bisogno di “segni” lungo la nostra strada.

11 – Scrive Galimberti in Orme del Sacro: “Dunque non c’è commensurabilità tra la ragione umana che chiede conto del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e le disposizioni del sacro che non possono essere interrogate e chiamate a rendere ragione”.

L’uomo non può parlare con l’indifferenziazione del sacro, con la sua imperscrutabilità, con la sua indicibilità. L’uomo patisce anche la brutalità del sacro quando Mosè si trova a faccia a faccia con l’eterno per sentirsi dire: “Tu non potrai vedere la mia faccia, perché l’uomo non può vedere e sopravvivere. Ti sdraierai sulla roccia. Quando passerà la mia gloria, io ti metterò in una cavità della roccia e ti coprirò con la mano, finchè non sarò passato. E quando io ritirerò la mano, tu mi vedrai da dietro, ma la mia faccia non potrà essere vista (Es 33, 20-23)”.

Ancora: “Il figlio Isacco chiede: ‘ C’è qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello dell’olocausto?” Il padre Abramo rispose: “Dio stesso provvederà all’agnello per l’olocausto, figlio mio” (Gen 22, 6-8).

L’Umanità ha sempre saputo che più che Dio, il volto stesso di Dio è ambiguo. Pensiamo che la parola “sacro” viene tradotta tanto dalla parola “benedetto” quanto da “maledetto”. E qui l’uomo fonda il suo timor di Dio. Galimberti afferma : “Il volto inquietante di Dio non tollera maschere etiche”. Dio non si veste di niente. Dio è nudo, non si veste di etiche o di comportamentismi. Dio non è là per dare o dire agli uomini. L’etica è il cemento tra gli uomini. Bene, Dio se ne chiama fuori. Fate vobis. Io sto a guardare. Il nostro augurio, e anche il filo sottile della nostra convinzione, è che egli ci guardi da Padre.

12 – L’etica greca era ciclica (natura, ripetizione, giorni, vita-morte) mentre l’etica cristiana introduce il concetto di eskaton, cioè esiste un fine, si va da qualche parte, c’è la storia, il tempo, ed è inevitabile che in tutto ciò (e qui il discorso si fa “psicologico”) si introduce la categoria della responsabilità. Se io non sono un mezzo ma un fine è chiaro che sono protagonista di un atto e di un tempo. Sono protagonista di un antagonista. Di un Altro, di una alterità.

Weber afferma che noi siamo tutti responsabili, cioè imputabili, anche delle conseguenze della nostre azioni. Ma con una clausola: che le conseguenze delle nostre azioni fossero da noi previste. Ma io mi chiedo se questo sia un atto comprensibile nella umana debolezza. Se l’uomo può intendere il tempo futuro nella propria azione presente. Io penso di no e quindi non condivido l’assunto weberiano sulla imputabilità per così dire “programmatica”, lanciata nel futuro. E’ già molto che l’uomo abbia il senso (non dico la ragione) di quello che sta facendo. Senso di quello che stava facendo (in merito alla imputazione). Certo non lo aveva Franz Stangl, che adesso rivisitiamo, in un altro passo delle interviste di Gitta Sereny: “ ‘Quanti prigionieri arrivavano ad ogni convoglio?’ chiesi a Stangl. ‘Di solito cinquemila. Qualche volta di più’. ‘Ha mai parlato con qualcuna delle persona che arrivavano?’. ‘Parlato? No. (…) Generalmente lavoravo nel mio ufficio fino alla undici – c’era molto lavoro amministrativo da sbrigare. Poi facevo un’altra ispezione partendo dal Totenlager. A quell’ora, lì erano già avanti con il lavoro’. Intendeva dire che le cinque o seimila persone arrivate quella mattina erano già morte: il lavoro era la sistemazione dei corpi, che richiedeva quasi tutto il giorno e che spesso proseguiva anche durante la notte. (…) Il lavoro di uccidere con il gas e bruciare cinquemila esseri umani, e in alcuni campi da cinquemila a ventimila persone in ventiquattrore esigeva il massimo di efficienza. Nessun gesto inutile, nessun attrito, niente complicazioni, niente accumulo. ‘Arrivavano e, tempo due ore, erano morti’ diceva Stangl (…). ‘Ma lei non potè cambiare niente di tutto questo?’ chiesi io. ‘Nella sua posizione non poteva far cessare le svestizioni, le frustate, gli orrori di quei recinti di bestiame?’ ‘No, no no! Quello era il sistema. Lo aveva escogitato Wirth. Funzionava. E dal momento che funzionava era irreversibile’”.

Questa la agghiacciante logica del male. E funzionava. E ci chiediamo qui ancora se il male, questo tipo di male abbia uno statuto ontologico oppure sia l’atto deliberato di esseri umani. Stangl non ha pensiero di responsabilità in quanto proprio non ha pensiero di essere soggetto. Non ha pensiero di essere. Il fatto che le cose funzionino perfettamente (al di fuori di qualsiasi giudizio morale) lo esime dall’essere soggetto determinante, dall’essere soggetto agente e pensante. Di sicuro se qualcuno tra le palizzate di Treblinka avesse chiesto a Stangl se stesse commettendo del male, egli avrebbe certamente risposto di no. Per il semplice fatto che tutto funzionava. Male sarebbe stato se qualcosa si fosse inceppato nel meccanismo.

13 – E in quel momento dov’era Dio? Galimberti afferma che Dio non tollera maschere etiche. Per Stangl il tempo non è escatologico ma ciclico. Non si va da nessuna parte. Si ripete soltanto, e qui sta il successo del funzionamento. Stangl è dalla parte dell’etica greca, non da quella cristiana. Stangl non possiede il concetto di storia che viene introdotto da Agostino quando intende la salvezza il dato che rende la storia all’uomo. Storia perché si va da qualche parte. Il male sta dalla parte della ripetizione, dalla parte della rimozione, dalla parte del “ritorno del rimosso” aveva scritto qualche anno prima Freud. Dalla parte della pulsione di morte. Stangl si trovava di fronte ad un ordine, ad una imposizione? Era un soggetto completamente libero e dunque responsabile?

Anche Agamennone si trova di fronte alla imposizione divina del sacrificio della figlia: “Grave destino se non ti obbedisco; ma grave pure se ucciderò mia figlia, luce della mia casa, intridendo presso l’altare queste mani di padre nel sangue della fanciulla sgozzata. C’è tra queste due una via priva di mali”.

Lo sappiamo, non si omologa il giudizio di Dio a quello degli uomini. E questa ne diviene la distanza. E d’altra parte che bisogno ci sarebbe di Dio se l’uomo sapesse darsi delle leggi morali che rispondono alle sue domande? Che se ne farebbe l’ uomo di un dio retribuzionista? Il dio del do ut des? Che se ne farebbe l’uomo di un dio contabile? Un dio contabile sarebbe un dio privo di Grazia. Per questo ha tutte le ragioni Dio a dire a Giobbe: “Dove eri tu quando io mettevo le basi della terra? Dimmelo se hai tanta scienza (…).” (Giobbe, 38,4-18). La ambivalenza di Dio è al di là delle equivalenze delle morali umane, utili al contenimento della ingiustizia, ma incapaci di realizzare la giustizia. Ma proprio la sua ambivalenza è il motivo della sua Grazia.

(continua)

Guido Savio

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