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IL FIGLIO E LA NOIA (TERZO)

TERZO DI QUATTRO ARTICOLI

Lo specifico della Noia: “Il tempo morto del sempre uguale”. La parsimonia del desiderio ne può essere la cura.

Lo specifico della noia

La noia. E’ la diabolica antiteticità di quello che ho appena espresso sul figlio. Diabolico, dal greco dià-ballo, metto di traverso, metto il pale tra le ruote. Il diavolo è uno che mette il palo tra le ruote.

Per parlare della noia mi servo di questo testo di Carlo Maggini e Riccardo dalle Luche che sono rispettivamente uno psichiatra e uno psicologo. Vado avanti per pezzettini. Scrive Maggini: “ Alfa e Omega, la noia sarà anche per Nietzsche in Umano, troppo umano, il movente della creazione e lo stato in cui Dio ripiomba nel settimo giorno”.

Nietzsche afferma che la noia era tutto ciò che esisteva prima della Creazione e tutto ciò che ci sarà dopo il settimo giorno. Un Dio faber è anticipato e posticipato dalla condizione della noia.

La noia che viene definita da Heidegger: “Il tempo morto del sempre uguale”. Il figlio allora è il soggetto dell’inizio, quello che parte, quello che fa e che falla, che si muove, il soggetto della variegazione, della creatività che non è mai uguale a se stessa. Panta rei insomma diceva Eraclito, non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, non si dicono mai le stesse parole anche se si recita la poesia a memoria un milione di volte. Sarà sempre diverso e sarò sempre diviso, giustamente diviso da me stesso e sarà sempre in contraddizione (eccola che ritorna). Allora il fatto che io sia contraddittorio significa che non sono un noioso, che non vivo nella noia, che cambio come il figlio sa cambiare.

Continua Heidegger: “Il tempo morto del sempre uguale, privo di accadimenti…” io direi qui… privo di inizi. Cerco di girare attorno a questo pensiero di inizio che non ho ben chiaro nemmeno io dentro di me. Tuttavia qualcosa mi dice di affrontare il caffè del mattino con il pensiero di inizio, inizia una nuova giornata, inizio e nuovo vanno assieme. Vedo negli occhi la persona che vedo ogni santo giorno da trent’anni e mi dici… adesso la guardo in modo differente, inizio con lei qualcosa di nuovo, mi sono stancato del vecchiume.

Continua Maggini commentando Heidegger…”anche perché fare il morto, preservando all’eccesso il divenire, garantisce all’ individuo una parvenza di immortalità”. Eccola qua. Si torna sempre al peccato capitale. La superbia. La superbia che chiama la immortalità. Io ho incontrato non poche persone nella mia vita che non si spostano di un millimetro oggi da quello che sono stati ieri: nel fare, nel dire, nel mangiare, nel relazionarsi con gli altri… il principio di costanza fatto Dio. A me questa sembra una specie di delirio (e parla uno che è abbastanza preciso e anche ripetitivo nelle sue cose!). In questo modo questa gente pensa di garantirsi l’immortalità, spostando il mondo e spostando se stessi il meno possibile vivono l’illusione di non consumarsi, vivono l’illusione della immortalità. Sono immortale, sembrano dire queste persone, perché non sono contraddittorio, perché non mi butto di qua e di là, vado via dritto sul mio filo del rasoio, stretto ma conosciuto. Non so, a me viene da fare questo pensiero, che chi non consuma, chi non si contraddice, lo fa perché pensa di aver bevuto l’elisir di lunga vita. Quasi pensano di deificarsi perché non si spostano più di tanto nel loro andare. Meglio. Ecco il punto. Il desiderio li farebbe spostare, ma il… resistere al desiderio li porta ad una paralisi mistica per cui… sempre avanti, fino all’infinito.

Prima definizione di noia.

Seconda. E cerchiamo di vedere adesso qualche nostro ragazzotto, qualche ragazzotto di nostra conoscenza. Magari qualche nostro figliolo (ma speriamo di no). Scrive Maggini: “L’accidioso è bloccato sulla richiesta del tipo tutto o niente”. E sappiamo benissimo noi, genitori o no, che la domanda-fregatuta per i nostri ragazzotti è quella… o tutto o niente. Visto che la domanda intelligente del figlio al Padre è quella dimensionata nel desiderio. Temperanza allora, parsimonia la mia domanda deve essere calibrata. Lo squilibrio del noioso è dato dalla sua ignoranza in fatto di economia e vuole tutto e subito. E non è un modo di dire.

Mi viene in mente qui che l’ ora et labora di Benedetto da Norcia (e l’ora qui potremmo tradurlo non solo come “prega” ma anche come “parla”) è la questione dell’iniziare la questione dell’avere uno scopo e del tragitto del senso. E labora è l’ atto che dà più senso a tutta la nostra vita. Io non concepisco vita senza lavoro.

Ed ora il punto più rognoso, forse quello più forte. Esquirol, uno dei padri della psichiatria moderna, qui parla nel 1838 e parla dell’ ennui du vivre , la noia di vivere che egli vede come “la malattia di vita di chi ha abusato di ogni piacere ed è sprofondato nella impossibilità di desiderare”. Questo il luogo che cercavamo: la noia come sanzione della propria impotenza a desiderare. Ma io mi chiedo chi è impossibilitato, inabile a desiderare? Chi non ha scopo e chi non riesce a dare senso al proprio essere. Giusto il contrario del pensiero di figlio che noi andiamo via via delineando.

La rogna è quella che anche la enciclopedia per così dire psichiatrica vede la noia come “assenza di interessi, coscienza e presenza di un vuoto interiore, la penosità dei sentimenti, etc, etc.”. E’ proprio questo vuoto interiore che caratterizza la noia che mi ha fatto scegliere i due personaggi che ora presento.

Guido Savio

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1 comment for “IL FIGLIO E LA NOIA (TERZO)

  1. vicky
    10 luglio 2002 at 10:53

    Mi ha molto colpito la questione che pone Maggini, il fare il “morto” che preserva il divenire. E’ vero. Chi fa il morto, o anche chi fa il malato, tende in qualche modo ad un principio di costanza, a tenere tutte le cose nello stato in cui sono. Fa paura il futuro che è visto come rischio, la possibilità di una qualche “liberazione” diventa angoscia.

I commenti sono chiusi.